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Alluvione a Messina

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Napoli- (a cura del prof Franco Ortolani geologo)Nel pomeriggio del 1° ottobre l’area a sud di Messina compresa tra Itala, Scaletta Zanclea, Giampilieri e Santo Stefano di Briga, ampia circa 50 km quadrati (circa 7X7Km) è stata interessata da intense precipitazioni piovose che in circa tre ore hanno inondato la superficie del suolo con oltre 200 millimetri di acqua, probabilmente da 300 a 350mm (figura 1). La mancanza di una adeguata rete di misurazione pluviometrica non consente di avere dati precisi; comunque l’evento è molto significativo ma non eccezionale.

Nell’ottobre 2007 fu già registrato un evento simile che determinò seri impatti sulla superficie quali colate rapide di fango e detriti che invasero le aree abitate e le infrastrutture. Ciò nonostante nell’area non era stato attivato un necessario monitoraggio delle precipitazioni in tempo reale né erano stati predisposti e testati piani locali di protezione civile al fine di limitare i danni ai cittadini. L’acqua caduta al suolo ha determinato vari tipi di impatto: una parte ha ruscellato ed ha raggiunto le fiumare che l’hanno smaltita in mare; lungo i versanti una parte si è infiltrata nel suolo e nella porzione alterata del substrato ed ha determinato una spinta imbibizione della copertura superficiale con scadenti caratteristiche geotecniche; nelle aree sub pianeggianti di fondo valle e costiere una parte si è infiltrata andando ad alimentare la falda.

L’acqua caduta al suolo ha esaltato le precarie condizioni di stabilità delle coltri superficiali che ricoprono i versanti ripidi impostati, in prevalenza, su rocce metamorfiche innescando numerosi dissesti che hanno interessato, rovinosamente, anche le aree urbane e le infrastrutture. Purtroppo eventi naturali come le intense precipitazioni piovose innescano normali fenomeni di instabilità lungo i versanti che possono trasformarsi in disastri e catastrofi quando interessano aree antropizzate ed abitate. In tali luttuose occasioni la natura evidenzia e punisce gli interventi di “abusivismo ambientale” antichi e recenti, vale a dire l’occupazione della superficie del suolo in aree di pertinenza dei fenomeni geologici, anche se sono stati realizzati nel rispetto delle leggi emanate dall’uomo. L’evento del messinese rappresenta una luttuosa ma significativa “sperimentazione” che evidenzia l’impatto ambientale causato dagli eventi idrogeologici innescati dalla pioggia in aree antropizzate e urbanizzate. L’accurato studio del fenomeno e dei suoi effetti consente di “imparare” come difendere adeguatamente il territorio, i cittadini e gli interventi umani già realizzati e come evitare nuovi interventi non adeguati alle caratteristiche geoambientali. Sulla scorta di quanto imparato finora studiando i catastrofici eventi idrogeologici che hanno interessato la Campania nelle ultime decine di anni ci siamo impegnati ad eseguire ricerche nell’area colpita dagli eventi del primo ottobre 2009, con la speranza di riuscire a fornire utili indicazioni ai pubblici amministratori affinchè si inizi a tutelare almeno la sicurezza dei cittadini che ormai vivono in numerose situazioni esposte a vari pericoli geologici. Dopo nove giorni si delinea il quadro dei più significativi fenomeni che si sono verificati sulla superficie de suolo innescati dalle abbondanti precipitazioni piovose (figure 2, 3, 4, 5, 6). I fenomeni più devastanti che hanno determinato il maggior numero di vittime sono rappresentati da: – colate rapide di fango che si sono attivate lungo i versanti come ad esempio a Giampilieri Superiore (figure 2 e 3); – flusso fangoso-detritico incanalato nella valle del Torrente Racinazzo che ha interessato rovinosamente l’abitato di Scaletta Zanclea Marina (figura 5). Nel complesso le fiumare principali hanno garantito lo smaltimento in mare di acqua e detriti; dove gli alvei sono stati invasi dalle colate di fango e detriti si sono intasate le sezioni fluviali in corrispondenza dei viadotti (figura 4).

Appare chiaro che i più diffusi danni alle cose e alle persone sono da attribuire alle colate rapide di fango innescatesi ed evolutesi lungo i versanti ripidi impostati in prevalenza su rocce metamorfiche. In particolare questi catastrofici fenomeni di versante si sono originati ed evoluti coinvolgendo il suolo e la copertura alterata del substrato metamorfico per uno spessore variabile da circa un metro ad alcuni metri. Le colate rapide di fango che hanno interessato il messinese sono simili a quelle che nel maggio 1998 devastarono il sarnese in Campania provocando oltre 130 vittime. Tali fenomeni si sono innescati ed evoluti lungo versanti inclinati in prevalenza tra 30 e 40 gradi circa e in poche decine di secondi hanno raggiunto la zona pedemontana. I dissesti sono iniziati nella parte alta del versante in seguito al distacco di pochi metri cubi di terreno e parte alterata del substrato molto imbibiti di acqua che si sono liquefatti trasformandosi in un fluido che scorrendo lungo il sottostante versante ha coinvolto volumi via via crescenti di terreni. I fenomeni più devastanti si sono verificati a Giampilieri Superiore che già nell’ottobre 2007 era stato interessato da colate rapide di fango che fortunatamente non avevano causato vittime. I flussi fangosi hanno percorso il versante, come una valanga, incanalandosi nella depressione che si immette direttamente sul centro storico di Giampilieri Superiore dove è stata trasformata in alveo-strada. I flussi fangosi evolutisi lungo il versante hanno raggiunto velocità di diverse decine di chilometri orari e volumi consistenti; quando si sono incanalati hanno formato una colata con un fronte alto diversi metri che ha distrutto strutture murarie e travolto quanto era presente lungo le strade. Si tenga presente che ogni metro cubo di fango non pesava meno di due tonnellate. Complessivamente i versanti incombenti su Giampilieri Superiore hanno alimentato numerose colate rapide con un volume totale stimato tra i 60.000 e 80.000 metri cubi. Il fango ha inglobato la vegetazione, muri a secco e blocchi di roccia del substrato acquisendo un notevole potere distruttivo testimoniato dagli effetti sulle abitazioni.

E’ evidente che la parte alta dell’abitato non può essere difesa né da muri, né da opere di ingegneria naturalistica, nè dalla vegetazione arborea. Le radici della vegetazione arborea alligna nel terreno superficiale e non garantiscono un ancoraggio alla copertura alterata in quanto lo scollamento avviene al di sotto degli apparati radicali. I muri non servono a contenere i flussi veloci di fango fluido. L’unico intervento realizzabile, molto costoso e di notevole impatto durante la realizzazione, può essere rappresentato dalla costruzione di terrazzi protetti da muri fondati su pali che si attestino nel substrato compatto. Si tratterebbe di interventi da realizzare su tutti i versanti a monte di Giampilieri Superiore che comunque richiederebbero una continua manutenzione. Altro intervento per la messa in sicurezza dell’abitato può essere rappresentato dal ripristino degli alvei che originariamente attraversavano l’area occupata dalle costruzioni del centro storico. Si tratterebbe di creare al posto delle strade una nuova via di sfogo, con una sezione adeguata, che consentirebbe il transito di nuovi eventuali flussi fangosi.

Altre colate di fango si sono originate lungo i ripidi versanti incombenti sull’autostrada, la ferrovia e la Strada Statale evidenziando che tali infrastrutture di importanza strategica non sono state realizzate in sicurezza (figura 5).

L’altro fenomeno devastante è rappresentato dal flusso fangoso detritico che ha interessato la valle del Torrente Racinazzo, che è ubicata a sud ovest di Scaletta Zanclea, investendo rovinosamente l’abitato di Scaletta Zanclea Marina (figura 6). I rilievi effettuati hanno evidenziato che tale fenomeno è di particolare significatività. Si sottolinea che il Torrente Divieto che sfocia a circa 170 metri di distanza verso nord est caratterizzato da un bacino imbrifero simile per dimensione, morfologia e geologia è stato interessato solo da scorrimento di acqua con detriti e che la sezione torrentizia è stata sufficiente a garantire senza problemi le portate di piena. Quanto verificatosi nella parte terminale del Torrente Racinazzo non ha niente a che vedere con un evento di piena idrica. Tutte le evidenze indicano che lungo il Torrente, il cui bacino è vasto circa 150 ettari, si è evoluto un potente flusso fangoso detritico innescato da fenomeni franosi che hanno interessato i versanti a monte dell’Autostrada. I dati disponibili mettono in evidenza che la parte terminale dell’alveo è stata ricoperta per ricavare aree di parcheggio e che la sezione torrentizia al di sotto della ferrovia ha dimensioni simili a quella del Torrente Divieto (bacino imbrifero di circa 110 ettari). Se tale sezione avesse dovuto smaltire solo le portate idriche non avrebbe causato alcuna crisi. I dati disponibili evidenziano che il flusso fangoso-detritico immediatamente a valle dei viadotti autostradali aveva un volume e velocità tali da non essere contenuto nella sezione torrentizia e che in corrispondenza dell’ansa del letto torrentizio il flusso ha proseguito la sua corsa occupando il fondo valle per una ampiezza di diverse decine di metri. In base ai dati acquisiti con lo studio di flussi fangoso-detritici di fondo valle verificatisi in Campania negli ultimi 11 anni e in base agli effetti e agli indizi osservabili nell’area attraversata dal flusso del Torrente Racinazzo si può affermare che la testa della colata che scorreva fuori alveo doveva avere un’altezza almeno di 4-5 m. Il flusso trasportava anche enormi massi di rocce metamorfiche (da 1 mc a circa 10 mc) e tronchi d’albero d’alto fusto. In base alla sezione occupata dalla testa del flusso e al valore minimo di velocità attribuibile nella zona in cui ha attraversato l’abitato si stima che la portata massima della colata sia stata di varie centinaia di mc/secondo (intorno ad 800 mc/sec). Si nota che il flusso già prima di giungere nell’area dell’alveo coperto scorreva in grande parte al di fuori dell’alveo per cui la tombatura ha influito in minima parte nell’aggravare la devastazione che comunque la colata avrebbe causato.

Nell’attraversamento dell’abitato di Scaletta Zanclea Marina la sommità del flusso aveva un’altezza di vari metri superiore a quella delle strade che si trovavano perpendicolarmente all’alveo; tali strade hanno rappresentato dei canali laterali nei quali si sono incanalati vari flussi di fango e detrito. E’ evidente che il flusso fangoso-detritico uscito dalla valle nella quale scorreva incanalato, giunto nella pianura, ha rallentato e si è espanso lateralmente per dare origine alla zona di deposizione dei detriti nella classica conformazione della conoide. Le costruzioni hanno condizionato l’espansione e le strade perpendicolari hanno assunto la funzione di canali laterali. La sezione occupata dal flusso fangoso-detritico è ampia alcune decine di metri, molto di più della sezione dell’alveo torrentizio. In base alla vastità di circa 150 Ha del bacino imbrifero la portata idrica massima può essere stimata di qualche decina di mc/secondo, molto inferiore a quella che ha caratterizzato il flusso fangoso-detritico nell’attraversamento di Scaletta Zanclea Marina, stimato in varie centinaia di mc secondo. In tale sezione usata per lo scorrimento rapido del flusso si sono trovati alcuni edifici; quelli più a monte sono stati distrutti mentre l’edificio a valle è stato investito in pieno dal fango e detriti che hanno divelto alcune strutture portanti provocandone il vistoso collasso parziale di una parte della struttura che è in via di completa demolizione. Agli occhi inesperti di giornalisti poco preparati, superficiali e in parte anche “razzisti” l’edificio in mezzo ai detriti ha dato l’impressione falsa di rappresentare una struttura edificata in mezzo all’alveo torrentizio. Cosa fare ora a Scaletta Zanclea Marina? E’ evidente che il fenomeno che ha devastato l’area abitata è un evento che non ha niente a che vedere con una piena torrentizia che sarebbe stata smaltita come fatto dal Torrente Divieto ubicato a 200 metri di distanza. Questi fenomeni catastrofici si possono verificare ancora in bacini simili, anche di limitate dimensioni, con le stesse caratteristiche morfologiche e geologiche qualora siano interessati da eventi piovosi simili a quello del 1 ottobre 2009 che potrebbero innescare dissesti lungo i versanti che una volta affluiti nel fondo valle evolverebbero in flussi fangoso-detritici. Le aree potenzialmente interessate da simili eventi sono molto numerose e attualmente prive di qualsiasi tipo di difesa e monitoraggio pur essendo attraversate da infrastrutture di importanza strategica. Per quanto riguarda Scaletta Zanclea Marina la sistemazione definitiva più semplice, meno costosa e che garantirebbe definitivamente la sicurezza ambientale è rappresentata dalla trasformazione in alveo ben regimentato della sezione occupata dal flusso fangoso-detritico (figura 7). L’intervento sarebbe facilitato dal fatto che le costruzioni preesistenti sono state abbattute dall’evento e, subito dopo, dall’uomo per cui l’area è disponibile. Oltre alla nuova sezione, opportunamente sagomata, sarebbe necessario adeguare i viadotti della Strada Statale e della Ferrovia. Il nuovo alveo potrebbe essere sagomato in modo da avere una sezione che sarebbe impegnata dalle piene idriche “normali” e una più ampia sezione che sarebbe eventualmente interessata dal deflusso di colate fangoso-detritiche. Quest’ultima parte potrebbe anche essere utilizzata per realizzare verde attrezzato dal momento che è necessario attivare un moderno e valido sistema di monitoraggio idrologico ed idrogeologico che consenta di percepire quando le precipitazioni piovose stanno diventando intense e potenzialmente pericolose e quando lungo l’alveo a monte dell’abitato iniziano a defluire flussi fangoso-detritici. L’ampiezza del bacino imbrifero è limitata per cui il pericolo è connesso solo agli eventi idrogeologici locali che possono essere agevolmente monitorati. La ricerca finora effettuata ha evidenziato che i versanti interessati dall’evento piovoso del primo ottobre 2009 sono stati diffusamente interessati da colate rapide di fango e detriti che si sono innescate nella parte alta e sono evolute come valanghe che hanno inglobato il suolo, la vegetazione, muri di contenimento dei terrazzi agricoli, parte alterata del substrato costituito da rocce metamorfiche. Una vasta parte del versante a monte di Giampilieri Superiore è stato interessato da incendi alcuni anni fa, come evidenziato dalle foto satellitari. Le colate principali hanno raggiunto la base del versante con volume variabile da circa 1000 a diverse migliaia di metri cubi, con velocità notevoli stimate di varie decine di chilometri orari e un potere distruttivo eccezionale dal momento che un metro cubo di fango non pesava meno di 2 tonnellate. I flussi rapidi erano costituiti dal fluido fangoso, originatosi dalla liquefazione del suolo e della parte alterata del substrato, inglobante frammenti di roccia varia dimensione e i fusti della vegetazione arborea. Lo scollamento dei terreni coinvolti dalle colate è avvenuto al di sotto degli apparati radicali per cui la vegetazione arborea, come noto, non rappresenta una difesa da questi fenomeni. Nemmeno i terrazzamenti con muri a secco o in calcestruzzo rappresentano una difesa valida e duratura a meno che essi non si attestino direttamente su un substrato roccioso. Le superfici denudate dalle frane consentono di verificare che il substrato affiorato è rappresentato ancora da rocce alterate. Si tenga presente che le condizioni climatiche instauratesi da varie decine di anni sono particolarmente favorevoli ai processi di alterazione chimico-fisica delle rocce che favoriscono una rapida formazione di nuovo suolo. Si evidenzia che i versanti denudati dalle colate del primo ottobre scorso possono dare origine a nuovi eventi simili appena si sarà ricostituita una copertura pedogenizzata sufficientemente spessa, naturalmente se i versanti saranno interessati da eventi piovosi simili a quelli dell’ottobre 2007 e del primo ottobre 2009. Gli eventi recenti hanno messo in evidenza che numerosi tratti delle infrastrutture costiere possono essere invasi improvvisamente da detriti mobilitati da colate rapide di fango innescatesi ed evolute lungo i versanti incombenti sulle arterie o da potenti flussi fangoso-detritici connessi a dissesti di versante ed evolutisi nelle aste torrentizie principali e minori (come il Torrente Racinazzo). A tale proposito va effettuata una attenta e professionale riflessione per attuare interventi che immediatamente consentano di eliminare e ridurre i danni ai cittadini. Pensare di realizzare interventi strutturali che mettano in sicurezza accettabile tutti gli insediamenti abitativi storici e nuovi, regolarmente costruiti, significherebbe imboccare una via sbagliata in quanto sarebbe impossibile a causa dei costi insopportabili e dei tempi secolari necessari. I fenomeni naturali vigorosi e ripetitivi sembrano interessare varie parti d’Italia per cui è da prevedere che eventi “nuovi” continueranno ad interessare non solo le aree di recente urbanizzazione ma anche le zone con insediamenti storici. Si delinea una possibilità, di rapida attuazione, rappresentata dalla predisposizione di piani di protezione dei cittadini che devono essere “autogestiti” dalle comunità locali in sinergia con le Istituzioni superiori. In relazione alle diverse problematiche geologiche, geomorfologiche, idrogeologiche ed idrologiche si devono predisporre piani di Protezione civile comunali, intercomunali e di bacino imbrifero che consentano di individuare le aree che possono essere interessate dalle varie problematiche geoambientali ed idrauliche e le aree sicure. Un moderno sistema di monitoraggio idrologico ed idrogeologico va messo a punto in modo che le comunità locali siano allertate in tempo reale in base a quanto si sta verificando nel territorio e non solo sulla scorta di generici avvisi di perturbazione atmosferica. I piani devono essere sperimentati ripetutamente al fine di rendere attuabili, all’occorrenza, quanto predisposto per tutelare l’incolumità dei cittadini. E’ evidente che sono proprio i cittadini a dover richiedere, ai rappresentanti delle istituzioni, l’immediato avvio di idonee misure tese almeno ad evitare nuove vittime. Ciò non toglie che devono essere realizzati interventi strutturali in aree di particolare importanza ambientale, economica, sociale e infrastrutturale in base a trasparenti criteri di priorità.

Relazione scientifica a cura del Prof. Franco Ortolani Ordinario di Geologia Direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio Università di Napoli Federico II . 10 ottobre 2009 La presente nota è stata realizzata anche attingendo alla documentazione fotografica disponibile in Internet.(Copyright per l’uso citare tutte le fonti, compresa quella del portale)

Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”

 

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